E’ lei l’emblema della #generazioneboomerang: Sandra Savaglio

Avevo letto di questo eclatante ritorno e mi aveva assai incuriosito. La storia di Sandra Savaglio, l’astrofisica calabrese che quando si trasferì negli Usa finì sulla copertina del Time come emblema dei cervelli che l’Europa stava perdendo, mi aveva colpito moltissimo. La curiosità mi ha spinto a leggere molti articoli su di lei, ad approfondire il personaggio con delle interviste, a guardare dei video e a documentarmi su una scienziata di altissimo profilo da sempre, suo malgrado, sotto i riflettori.

Sandra, che è rientrata in Italia e insegna nella Facoltà di Fisica dell’Università di Rende, in Calabria, ha fatto una scelta di vita tornando nell’Ateneo in cui si è formata, per accompagnare giovani talenti che possono aspirare a diventare grandi, pur vivendo in una regione apparentemente periferica. Dopo aver maturato enormi successi in alcuni tra i migliori centri di ricerca americani e tedeschi, Sandra Savaglio vuole vincere la sua nuova sfida proprio in Calabria.

La sua è la storia che apre la galleria dei “consapevoli ritorni” sul libro Generazione Boomerang, di prossima pubblicazione. In attesa di leggerla, potete vedere qui un servizio su Sandra Savaglio di Riccardo Luna per Repubblica Next

I consigli di una manager giramondo che è tornata

“C’è un discorso di generazione molto forte, senior con esperienza e giovani digital, dieci anni fa non era così. Sono le persone che portano al cambiamento e devono aggiornarsi per fare crescere l’impresa. Ai ragazzi tra i 25 e 30 anni che lavorano con lei raccomanda di ‘fare fatica’, li sprona a rintracciare e sfruttare le opportunità lavorative aziendali per realizzarsi”.

La manager giramondo Francesca Cattoglio è tornata in Italia ma mantiene le antenne ben dritte sull’evoluzione spinta del mondo del lavoro, facendo tesoro del suo immenso bagaglio di esperienze maturato in diversi Continenti. Per leggere la sua storia e approfondire la valenza culturale della manager, ecco l’articolo integrale di Repubblica.it

Lascio la mia terra, mi sento codarda

Grazie a Giulia De Marco, che scrive dalla Calabria

“‘Calabria, odi et amo’. Mi chiamo Giulia, ho 20 anni, studio Medicina a Siena e sono una studentessa fuori sede. Il mio paese dista più di 800 chilometri da Siena e nonostante la Toscana sia meravigliosa sento che questa non è la Mia terra”.

“Quando ti dicono di prendere una valigia, metterci dentro tutto ciò che hai e di partire, di andare via per un futuro migliore, per fuggire da un posto in cui tutto è così sbagliato e ingiusto; tu prendi una valigia e ci metti dentro tutto, ti fai coraggio e parti senza pensarci troppo. Ma in realtà in quella valigia tu ci metti anche tante paure, tanti dubbi, e porti con te qualcosa che possa anche lontanamente ricordare il mare e tutti i profumi della tua terra sapendo bene che non funzionerà mai!”.

“Così l’iniziale entusiasmo della partenza dopo qualche mese lascia il posto alla malinconia. E ogni volta che torni al tuo paese te ne innamori sempre di più e i tramonti, i paesaggi, i panorami visti e rivisti per una vita, sembrano sempre diversi, sempre più belli; perché cambi, cresci e apprezzi ciò che prima ti stava stretto ma che adesso ti sembra il posto più bello del mondo: in lontananza il fumo dello Stromboli, appare la Sicilia, vedi Messina e l’Etna”.

“Se sei nato in Calabria sai che dovrai difenderla sempre. Sento, infatti, la responsabilità di difendere una terra che per troppo tempo ha subito, di una terra che cerca il suo riscatto, che è sempre un passo indietro”.

“Privi di treni ad alta velocità, di aeroporti efficienti siamo costretti ad affrontare interminabili viaggi in autobus (dalle otto alle sedici ore). Essere una studentessa fuori sede mi permette di conoscere persone provenienti da ogni parte di Italia e spesso chiedo cosa pensano della Calabria, ma quasi sempre me ne pento”.

“Alcuni pensieri mi feriscono profondamente, altri mi sorprendono e mi chiedo se sono i film a distorcere la realtà o siamo noi a farci cattiva pubblicità; ma le parole non dette e gli sguardi a volte fanno più male delle solite battute che siamo ormai abituati a sentire, in cui la Calabria è esclusivamente associata alla criminalità (di cui non nego affatto l’esistenza). Però a volte vorrei che gli altri conoscessero la Calabria per come noi la conosciamo e per come noi la viviamo, con la semplicità delle piccole cose, che conoscessero la volontà di tantissimi uomini e donne che hanno il coraggio di opporsi, decidono di ribellarsi e di metterci la faccia”.

“Tuttavia mentre scrivo questa lettera sento di dover ammettere per la prima volta apertamente quanto io mi senta codarda nell’aver lasciato la mia terra senza neanche averle dato una possibilità, di come io mi senta impotente nel non riuscire a far capire agli altri quanto sia diversa la Calabria rispetto ai soliti stereotipi. Noi amiamo una terra che ha sofferto molto e nonostante i suoi difetti e le sue imperfezioni vi è un legame viscerale con essa che ci intrappola per sempre. Concludo con una frase di un mio concittadino, costretto anche lui a emigrare per cercar fortuna e che esprime perfettamente il senso di appartenenza alla mia terra: ‘Più che alla realtà la Calabria appartiene per me alla geografia dell’Anima’ (Leonida Rèpaci). Ancora una volta dovrò lasciare questa terra con l’amaro in bocca e tanta, troppa tristezza”.

(Fonte testo e foto: Repubblica.it – Rubrica “Invece Concita”

“Gli altri tornano a casa. L’Italia non attira i migliori” Il grido di dolore dello scienziato Iavarone

“…È giusto fare esperienze all’estero, ma quando un ricercatore dimostra il suo talento, lo si deve riportare in patria. Così fanno quasi tutti i Paesi avanzati. L’Italia no. Da noi sono i migliori a incontrare maggiori difficoltà: sanno di essere bravi e si aspettano di più. Per poter rientrare devono invece asservirsi al potente di turno e dichiarare fedeltà a questo o a quell’altro. Ci saranno pure eccezioni, ma una cosa è certa: l’Italia non sa attrarre scienziati. Per poter competere non si devono solo ingaggiare gli italiani “fuggiti”; i migliori cervelli vogliono lavorare con scienziati di uguale valore, in un ambiente internazionale, dove prevale la cultura scientifica e non chi gestisce i soldi…”.

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