Maurizio Cecconi, uno dei tre eroi mondiali della pandemia, tornato a Milano per una scelta di vita

Maurizio Cecconi è appena stato indicato dalla prestigiosa rivista medica americana “Jama”, Journal of the American Medical Association (Jama), una delle riviste mediche più importanti al mondo, come uno dei tre eroi mondiali della pandemia, accanto all’oculista di Wuhan Li Wenliang, morto di coronavirus dopo averne denunciato la gravità, e Anthony Fauci, l’infettivologo americano che dai tempi dell’Aids ha il non facile compito di consigliare i presidenti. A 42 anni, il primario di anestesia e terapia intensiva dell’Humanitas di Rozzano (Milano) raccoglie questo prestigioso riconoscimento (qui l’articolo di Repubblica che riprende la notizia: “Eroe della pandemia”)

Generazione Boomerang lo aveva incontrato qualche tempo fa chiedendo di raccontare la sua scelta di talento di ritorno – Maurizio Cecconi, a soli 41 anni, è già capo dipartimento di Anestesia e terapie intensive di Humanitas, a Rozzano, e professore di Anestesia e Rianimazione di Humanitas University. Un talento italiano che è anche stato designato, per il biennio 2020-21, a presidente dell’Esicm, società europea di terapia intensiva, una delle più grandi al mondo, con 9.000 componenti e con la mission di migliorare le condizioni dei malati critici.

L’Italia può dunque vantare di avere in casa un’eccellenza assoluta del settore, tornata in patria dopo essere partita da un paesino della Bassa Friulana ed essere arrivato ai vertici europei dell’anestesia, essendo stato prima a Madrid e poi a Londra, dove è diventato Capo Dipartimento di uno dei più grandi reparti di terapia intensiva d’Europa, negli ospedali della St George’s University di Londra.

13 anni di lavoro all’ombra del Big Ben e poi il ritorno in Italia. Come mai?

Una scelta di vita, familiare. Abbiamo optato per Milano – e parlo al plurale anche a nome di mia moglie, che è austriaca – perché volevamo vivere in Italia in un posto in cui uno straniero potesse sentirsi a casa, e Milano ci è sembrata di gran lunga quella che avesse il respiro più internazionale. Una scelta felice.

Raccontaci qualcosa delle tue esperienze da expat. E’ stata dura?

In Inghilterra ci sono andato a 27 anni, al terzo anno di specialistica, ma prima ero già stato a Madrid. Non sono d’accordo con chi dice che partire equivale sempre a fare sacrifici, perchè spesso sono delle scelte che affronti con la voglia di esplorare il mondo e te stesso. Certo, poi non sono tutte rose e fiori; se penso a quando sono andato a Londra, con la sterlina fortissima e una paga da specializzando che non era certo alta, dico che non è stato facile. Ma sono tantissimi gli elementi a favore di queste esperienze all’estero, gli aspetti un po’ meno positivi si riequilibrano ampiamente.

Dal punto di vista umano qual è stato l’impatto?

Avevo voglia di far clinica e ricerca, mettendoci tutto me stesso, e questo atteggiamento di certo mi ha aiutato. Dall’altro lato ho trovato persone molto aperte, non mi sono mai sentito uno straniero al lavoro; mi hanno dato sempre grandi possibilità da subito, probabilmente più di quelle che mi avrebbero dato in Italia, alla stessa età. Quando sei lì hai l’impatto con una cultura e un modo di lavorare diversi, e questo fattore non può che aprire gli orizzonti e farti vedere che ci sono magari gli stessi problemi, ma ci sono anche tanti modi differenti per risolverli. E’ una ricchezza assoluta, che amplia a dismisura il tuo punto di vista.

Grande apertura mentale e culturale, in Uk, però poi hanno scelto di uscire dall’Europa: non è un paradosso?

Non me lo so spiegare, credo che a Londra siano rimasti più scioccati rispetto agli stessi stranieri, sul tema Brexit. E i tentennamenti del Paese, in questi mesi, lo dimostrano.

Shock culturali di ritorno?

“A parte il parcheggio in doppia fila e qualche coda, che io continuo a fare all’inglese, non ci sono problemi”, dice sorridendo Maurizio.

L’Italia attira ancora poco dall’estero?

C’è molta strada da fare, è vero, ma ci sono dei modelli a cui guardare, per cercare di capire cosa sta accadendo, e poi provare ad aprire su larga scala. Credo che questo sia anche l’unico modo per attirare business in questo Paese.

Cosa hai portato della tua italianità fuori e cosa stai cercando di portare del mondo anglosassone qui?

Creatività, voglia di fare, passione e conoscenza sono doti che ci riconoscono. Siamo apprezzati molto per la formazione teorica che portiamo in dote. Quello che magari manca qui in Italia è il collegamento tra Università e mondo del lavoro. In Inghilterra gli Atenei fanno fare gli stage già durante gli studi, e la conseguenza logica è che le imprese sono lì in fervida attesa di assumere i migliori. In questa mia nuova esperienza italiana sto cercando di trasferire nel mio modo di lavorare ciò che ho appreso in Uk, per completarmi e mettere a disposizione dei colleghi e dei pazienti un bagaglio professionale che si è ampliato, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.

Il ruolo dell’anestesista: è una professione tradizionale o piuttosto di frontiera?

“Dobbiamo sfatare ancora tanti miti, come l’idea che l’anestesista sia solo la persona che ti fa addormentare”, aveva spiegato Cecconi in un’intervista al Giorno. “Grazie alla sinergia con altri specialisti si possono mettere in campo strategie vincenti e innovative nel nostro settore. Un recente studio ha dimostrato, per esempio, che un esercizio fisico moderato prima di un intervento contribuisce al suo successo. Insomma, c’è sempre da studiare, tenersi aggiornati, confrontarsi con altri specialisti, operare in team, accumulare conoscenze ed esperienza. Io dico sempre: fare un’operazione chirurgica è come scalare una montagna. Bisogna preparare il paziente ad arrivare in cima”.

Anche i luoghi di lavoro devono cambiare? La terapia intensiva qui è sempre vista come un reparto chiuso, triste, isolato.

Vero. Basta luoghi bui con accessi vietati ai familiari. Come succede all’estero, bisogna aprire i reparti. La presenza della famiglia al fianco del malato aiuta nella ripresa. E la luce, che regola i ritmi di sonno e veglia, contribuisce alla causa.

Consigli per i giovani?

Prendere consapevolezza che studiare in Italia significa avere una formazione teorica eccellente. Se esci oltreconfine presto, e questo è il mio consiglio, vedrete che non sarete considerati inesperti ma giovani con un grande bagaglio culturale, e questo viene molto apprezzato. Dico di non avere paura perchè possiamo confrontarci con tutti. E neanche arrivare da una piccola realtà è un limite, poiché con il giusto approccio mentale, comportamentale e culturale, possiamo davvero essere competitivi con chiunque.

E per i giovani che si avviano ad una carriera da anestetista e intensivista?

Mentre le nuove tecnologie permetteranno di seguire i malati “ordinari” nell’ambiente domestico, l’ospedale del futuro avrà sempre più malati acuti. Per questo la figura dell’anestesista avrà un ruolo sempre più delicato e importante. Un segnale che stanno recependo anche i giovani: sono sempre di più le iscrizioni a questa disciplina.