INN Veneto, intervista all’assessore Elena Donazzan

‘Con il provvedimento di approvazione dell’iniziativa ‘INN Veneto – Cervelli che rientrano per il Veneto del futuro – Progetti di innovazione sociale’ abbiamo stanziato 3,5 milioni di euro per 14 progetti, dai quali deriveranno 55 borse di rientro ‘, fa presente l’Assessore Regionale all’Istruzione, alla Formazione e al Lavoro Elena Donazzan. ‘Lo scopo e quello di attirare sul territorio regionale eccellenze provenienti da diversi ambiti e favorire la mobilita, lo scambio e la permanenza di alte professionalita che intendono rientrare nelle nostre imprese e nelle nostre università dopo un periodo di permanenza all’estero ‘, spiega.

L’intero articolo è qui

Abbiamo approfittato per fare qualche domanda all’assessore

D. Quanto si parte dal Veneto per cercare fortuna, lavoro ed esperienze professionali all’estero? Quali le aree più critiche della regione?

R: Da qualche anno il tema della cosiddetta “fuga dei cervelli” (brain drain) occupa prepotentemente la scena del dibattito pubblico: si tratta di un fenomeno le cui implicazioni sono acuite dagli effetti della crisi socio-economica che ha destabilizzato gli scenari dei mercati internazionali, nazionali ed anche regionali e che ancora permangono, in parte, rendendo difficoltoso l’inserimento occupazionale, in particolare dei giovani. Secondo i dati riportati nel rapporto “Italiani nel mondo” ad opera della Fondazione Migrantes (2018), dal 2006 al 2018 la mobilità italiana è aumentata del 64,7% passando, in valore assoluto, da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) a più di 5,1 milioni. A gennaio 2018 gli italiani iscritti all’AIRE sono 5.114.469, l’8,5% dei quasi 60,5 milioni di residenti totali in Italia alla stessa data. A livello continentale l’Europa accoglie il numero più alto di cittadini italiani (54,1%) e in particolare l’UE15 (40,3%), mentre in America si registra una presenza del 40,3% con una maggiore concentrazione nel Centro-Sud (32,4%). Le partenze oltre confine danno ai territori una dinamicità molto variegata che contraddistingue soprattutto il Nord Itali e, più precisamente, la Lombardia (+23.519), il Veneto, (+14.415) e il Piemonte (+11.227) preceduto, però, dalla Sicilia (+11.912). Per quanto riguarda la composizione per genere sono percentualmente superiori gli iscritti maschi (51,9%) e il 55,3% è celibe/nubile. Per quanto riguarda la composizione per classi di età emerge che le percentuali maggiori sono rappresentate proprio dalle classi di età centrali: fascia 18-34 anni rappresenta il 22,2% degli iscritti, 35-49 anni il 23,4%, ed il 19,1% si colloca nella fascia 50-64 anni. Sempre secondo tale rapporto nel corso del 2017 il Veneto si è classificato al terzo posto come regione di partenza (11.132) preceduto solo dalla Lombardia (21.980) e dall’Emilia Romagna (12.912).

Anche il Veneto, quindi, non si sottrae a questa tendenza, anche se è difficile scendere ulteriormente nel dettaglio e dire quali aree della regione siano più investite da questa tendenza, se non evidenziando che alcune aree della regione sono più investite di altre da problemi di inserimento occupazionale a seguito del fisiologico ritardo (Belluno e Rovigo) o delle ripercussioni sul tessuto economico a seguito della crisi (Venezia e Vicenza).

Ma al di là di questi dati vorrei evidenziare anche un dato che non viene molto pubblicizzato: è notizia relativamente recente che, come emerge dal rapporto del Joint Research Center (Jrc) della Commissione Europea, che prende in esame gli spostamenti di oltre 6 mila studiosi europei, per l’Italia il saldo tra gli ingressi di capitale umano ad alto valore aggiunto e le uscite risulta sorprendentemente in positivo, in linea con molti altri paesi europei.

Il rapporto evidenzia per la Ue a 28 un tasso di spostamento dei ricercatori del 38,7% e per l’Italia, che si pone circa a metà della classifica, del 45%. E la stessa posizione rimane se si passa ad analizzare il dettaglio dei flussi in entrata e in uscita: il 24,4% del campione di ricercatori italiani preso in considerazione ha scelto di rientrare, a fronte del 20,5% di partenti. Questi valori pongono l’Italia nel primo caso sotto alla media europea (che è del 26%) e, nel secondo caso, sopra la media del 12,6% complessivo. Se il campione viene raggruppato per Paese di conseguimento del dottorato anziché per nazionalità, i ritorni in Italia sono stati il 23,6% contro il 13,6% di partenze, laddove la media europea è rispettivamente del 16,8% e del 17,2%.

Questo dato ha fornito un’ulteriore spinta motivazionale per la Regione del Veneto, da sempre impegnata a rafforzare le opportunità formative e di crescita del proprio capitale umano, nel finanziare e sostenere politiche che contribuissero ad un cambio di paradigma: dal concetto dibrain drain (fuga di cervelli) a quello di brain exchange e di brain circulation.

L’obiettivo, quindi, è quello di incrementare l’attrattività dell’intero territorio regionale, favorendo percorsi di crescita, sviluppo sostenibile ed innovazione sociale attraverso politiche e meccanismi di “attrazione dei cervelli”, che possono dare vita a percorsi di “ritorno”, ma soprattutto alla creazione di poli territoriali di ricerca e innovazione in grado di contribuire allo sviluppo dell’intero sistema socio-economico veneto, attraverso processi di migrazione temporanea e circolare (in e out) di risorse qualificate.

D. INN-Veneto punta molto sulla contaminazione positiva che i talenti veneti che risiedono fuori confine possono portare. Che valore aggiunto e che spinta possono dare questi “rientranti” (anche temporanei)?

Si parla spesso di buone pratiche da esportare o da trasferire dall’estero, ma spesso non si tiene conto della realtà socio-economica di riferimento, che nel caso del Veneto, ad esempio, è fatta di piccole realtà aziendali in profonda trasformazione anche per il passaggio generazionale che le sta contraddistinguendo. Poter contare su un capitale umano che rientra o che si è formato per un periodo all’estero permette di avere una finestra aperta sul mondo, contribuendo non solo allo scambio e all’innovazione del saper fare, ma anche ad un cambio del saper essere. Nel corso degli eventi di lancio dell’iniziativa che si sono svolti nel mese di dicembre mi hanno molto colpito le esperienze di molti nostri cervelli che sono in questo momento all’estero perché il nostro mercato del lavoro non ha offerto loro adeguate possibilità, ma che mostravano unanime interesse a questa esperienza per trasferire in Veneto quanto loro hanno visto, appreso e vissuto così da favorire la contaminazione dei saperi e la creazione di nuove opportunità di lavoro anche dove al momento non sembra possibile.

D: Digitale, innovazione sociale e creatività possono dare una spinta in più alla sua regione? In che modo?

R: Certamente si, ma ancora di più la spinta può venire dall’interazione tra le tre cose, creando contesti in cui la contaminazione dei saperi avvenga in un modo naturale, quasi per osmosi, all’interno di spazi ibridi che mettano insieme cultura, lavoro, inclusione sociale.

Uno dei progetti intende trasferire sul territorio veneto l’esperienza della scuola di coding belga MolenGeek, che si prefigge l’obiettivo di incubare start-ups in grado di offrire servizi digitali alle imprese ed alle persone partendo dalla formazione delle persone in ambito digitale per consentirne la crescita delle competenze e delle capacità connesse al loro uso. Tali capacità possono essere investite al servizio delle imprese, la cui ricerca di profili formati digitalmente è costante, o, nella creazione di start-ups e quindi in iniziative di autoimprenditorialità. In territorio veneto si sta lavorando affinché il trasferimento di questa esperienza possa offrire molteplici ricadute positive: rientro di competenze di alto livello e specifiche nel territorio veneto che possano disseminare esperienze e knowhow, accrescimento della diffusione delle tecnologie informatiche, formazione di persone negli ambiti attualmente tra i più richiesti dalle aziende, circolazione di persone, idee, stimoli, suggestioni di applicazioni in campo digitale (brain exchange – brain circulation).

Un altro progetto sta intervenendo attivamente a livello locale, con attività di recupero dei luoghi attraverso una rigenerazione e restituzione al territorio sotto forma di laboratori dell’innovazione e della creatività agendo su 4 ex spazi di lavoro con forte memoria storica per il territorio; con la consapevolezza che la creatività può trasformare gli ambienti di vita e il paesaggio, generando città e luoghi più inclusivi e accoglienti.

Un’ulteriore proposta, che si colloca proprio in un’area della prima industrializzazione veneta legata al settore tessile, intende lavorare sul tema dell’innovazione sociale in chiave di rigenerazione territoriale, puntando sul meccanismo delle residenze d’artista per sviluppare una riflessione sulle strategie di riuso creativo di spazi industriali come opportunità di crescita socio-culturale ed economica del territorio.

Questi sono solo alcuni esempi concreti di come digitale, innovazione sociale e creatività possano interagire creando punti di aggregazione ed innovazione sui territori. Siamo consapevoli che questo progetto non potrà fermare la “fuga dei cervelli” (tema che ha una molteplicità di cause), ma siamo certi che i 14 progetti finanziati e le 55 borse di rientro potranno contribuire ad aprire una finestra sul mondo trasferendo esperienze e creando opportunità di scambio e conoscenza, che ci auguriamo diano vita ad occasioni di lavoro che proseguiranno oltre il progetto stesso.

D: Cosa spera si possa generare con (e dopo) questo progetto?

L’obiettivo ultimo è sempre quello di creare nuove e migliori possibilità di occupazione, che contribuiscano non solo a far crescere la regione dal punto di vista economico e sociale, ma anche possano creare dei poli di attrazione permanente e comunità di pratica che permangano oltre il progetto.

Fondazione Bracco e PoliMI insieme per far rientrare scienziati

AAA cercasi giovane scienziato italiano al lavoro all’estero, mente brillante da riportare nel Belpaese. Segni particolari: deve essere “capace di alimentare l’innovazione” e di “contribuire a creare un centro di competenza unico nel panorama tricolore” nel settore della ‘chimica in flusso’, in grado di diventare polo di attrazione per altri giovani esperti di questo ambito che ‘strizza l’occhio’ alle esigenze della medicina di precisione e anche alla sostenibilità ambientale delle produzioni del futuro. Il rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta, e Diana Bracco, presidente della Fondazione e del Gruppo Bracco, descrivono così la missione del premio dedicato alla memoria dello scienziato Ernst Felder, “luminare nel campo dell’imaging diagnostico”, presentato oggi nel capoluogo lombardo. Un progetto che vede fianco a fianco queste due realtà e che rappresenta “un nuovo modo di interpretare il rapporto tra università e impresa”, aggiunge Resta.

Il valore complessivo messo in campo è di un milione di euro, per un progetto quinquennaleLa call internazionale è rivolta a giovani studiosi di nazionalità italiana che stanno svolgendo all’estero da almeno un triennio attività didattica o di ricerca post dottorale nel settore della chimica di processo e in particolare della microfluidica in campo farmaceutico. “Oggi stiamo mettendo un seme – evidenzia Resta – perché la ricerca non si fa con un ‘uomo solo’: si deve costruire un centro di competenza, una scuola. E questo indirizzerà il Politecnico e gli investimenti che farà, perché al fianco di questo luminare che verrà dovremo creare pian piano laboratori, personale, dottorandi, tesisti affinché si crei un gruppo di ricerca”.
Il progetto, aggiunge Bracco sottolineando il valore affettivo di questo premio “non solo per l’azienda, ma anche per la famiglia”, “impreziosisce la nostra iniziativa ‘Diventerò’ dedicata ad accompagnare giovani di talento nel loro percorso. Ne abbiamo premiati finora 470. Questo premio – ribadisce – celebra inoltre la memoria di un grande scienziato scomparso l’anno scorso all’età di 98 anni, un uomo che ha contribuito a portare il Gruppo Bracco alla frontiera dell’imaging diagnostico. A lui dobbiamo la straordinaria invenzione anni ’70 dello iopamidolo, mezzo di contrasto non ionico che ha rivoluzionato la diagnostica per immagini a livello mondiale”.

“Oggi il mondo delle imprese è sempre più un partner, ci aiuta a disegnare nuove lauree e modelli di formazione e diventa protagonista del reclutamento di scienziati in Italia, un Paese dove si fa, si può e si deve fare ricerca, non un Paese al traino della ricerca internazionale”, ragiona Resta. Dall’altro lato, aggiunge, “l’università deve dare risposte concrete alle esigenze di innovazione di imprese e istituzioni, ritagliarsi un ruolo attivo nei grandi processi di trasformazione che stiamo vivendo. Il Politecnico vuole essere riconosciuto dal tessuto produttivo e dalle istituzioni come polo di attrazione del capitale umano e ha bisogno di una comunità che senta con noi la responsabilità di un sistema necessario per competere con realtà internazionali”.

La call, nata dalla collaborazione tra Fondazione Bracco e Bracco Imaging con il Politecnico di Milano e la Fondazione Politecnico si chiuderà il 2 maggio. “L’iniziativa genererà nuova conoscenza e permetterà a giovani di valore di sviluppare ricerca di punta, consolidando il rapporto tra il sistema della ricerca a livello internazionale e il mondo imprenditoriale, missione strategica della Fondazione Politecnico di Milano”, sottolinea il presidente Gianantonio Magnani. “Negli ultimi anni il valore annuo dei progetti gestiti dalla Fondazione ha raggiunto quota 90 milioni di euro, di cui due terzi finanziati con bandi Ue, nazionali e regionali”. Sotto l’ala di questa realtà, ricorda, “a fine dicembre si contavano oltre 110 start up”.

Oggi sempre di più, osserva Resta, “il tema della salute e della medicina non potrà essere svincolato dai temi dei big data e del data analytics, da quelle che sono le nuove frontiere della biochimica, elementi che disegneranno tra l’altro anche l’intelligenza artificiale, in un’unione incredibile. Il Politecnico deve essere pronto per dare il proprio contributo su queste grandi sfide delle scienze della vita e della medicina di precisione. E questo si può fare puntando su alleanze strategiche”. Al lancio del premio era presente anche il figlio di Felder, Eduard, che ha accolto il progetto definendolo come “qualcosa che segue lo spirito di ricercatore che ha animato mio papà”, e ricordando l’importanza “della ricerca applicata” al settore industriale. “Rimarrà viva la sua memoria – conclude – per un’iniziativa pregevole che mi emoziona come figlio, ma penso sia anche oggettivamente positiva per il Paese, visto che si pensa al futuro e a dare i mezzi per fare un salto di qualità, con un lavoro continuativo di anni”.

(testo news da Adn Kroonos)

 

Lettera-appello di un padre che spera in un ritorno dei talenti

La speranza che Stefano e altri giovani come lui, in un anniversario così triste come quello del terremoto dell’Irpinia, possano rappresentare la rinascita di questa terra meravigliosa.

Sì, lo ammetto: sono il padre di un cervello in fuga e ne soffro. Tantissimo.
Sono ormai 4 anni che mio figlio Stefano ha lasciato la sua amatissima terra, l’Irpinia, per andare a studiare fuori. Ha studiato per tre anni International Economics and Management alla Bocconi, a Milano e adesso sta facendo la specialistica in Big Data e Computer Science a Barcellona.
Sempre più lontano, sempre meno presente.
E io, suo padre, insieme a sua madre, alla sorella e a tutti i parenti e gli amici ne soffriamo molto perché si è perso e si perderà sempre di più tutti quei brevi attimi di felicità che costituiscono la vera essenza della vita. Tutti quei momenti insieme che fino a 18 anni erano una consuetudine, qualcosa di normale e a cui non facevamo caso, da 4 anni a questa parte sono diventati cosi rari che, davvero, a volte pensiamo di averlo perso per sempre.
Sono mesi che volevo far pubblicare questa lettera, questo appello o come lo si voglia chiamare.
Mesi che penso serva far sentire la testimonianza vera di un genitore come ce ne sono ormai migliaia in Irpinia e milioni in tutto il Sud Italia. Genitori senza figli.
Genitori senza figli perché sono lontano a studiare. Genitori senza figli perché sono fuori per formarsi. Genitori senza figli perché sono lontano e difficilmente torneranno in Irpinia, dalla loro famiglia, dai loro amici e dalle loro radici a cui sono così legati.
Il mio è un grido di allarme e di dolore.
Io sono un architetto, vivo e lavoro tra Conza della Campania, Avellino e il resto d’Irpinia. Sono un libero professionista e so quante difficoltà ci sono nella nostra provincia per chi cerca un lavoro, per chi non vuole scappare alla ricerca di luoghi con maggiori opportunità e forse una vita più facile.
Ma io, ormai tanti anni fa, dopo la laurea in Architettura decisi di tornare e di costruire qui il mio futuro, la mia famiglia ed il mio lavoro. Perché amavo troppo l’Irpinia, l’Alta Irpinia e perché c’era bisogno di ricostruire il mio paese dopo il terremoto del 23 novembre 1980.
Io decisi di restare e non me ne pento oggi che sono passati 32 anni.
Ma forse la situazione per noi era migliore allora, forse allora c’erano più opportunità.
Quello che noto oggi è che si sta molto peggio di prima ed i figli d’Irpinia che partono sono quindi molti di più.
Noi tutti: cittadini, professionisti, imprenditori, istituzioni dobbiamo fare molto di più perché questa provincia bellissima si sta spopolando perché tanti paesi stanno morendo ed i giovani intelligenti e talentuosi vanno via perché qui non possono fare niente.
Il mio è un appello, un monito, affinché si faccia presto qualcosa perché forse non è ancora troppo tardi.
Questa è la lettera di un padre che ha pensato di dare una voce a tanti, tantissimi, che pensano le stesse cose ma se le tengono per sé e, in silenzio, continuano a soffrire.
E ho deciso di metterla per iscritto perché proprio pochi giorni fa, il 23 novembre 2018, esattamente a 38 anni dal tragico terremoto che ha colpito l’Irpinia e ha avuto come epicentro il mio paese, Conza della Campania (coincidenza incredibile!), mio figlio si è laureato alla Bocconi in modo brillante.
E’ stata una gioia immensa e indescrivibile.
Nei giorni successivi ho riflettuto parecchio su questa coincidenza, sulle capacità di mio figlio Stefano e sul grande impegno che ha profuso per raggiungere questo traguardo davvero ambizioso.
Ed è nata all’improvviso in me una speranza.
La speranza che Stefano e altri giovani come lui, in un anniversario così triste come quello del terremoto dell’Irpinia, possano rappresentare la rinascita di questa terra meravigliosa.
23 Novembre 1980 – 23 novembre 2018
38 anni dopo la morte e la distruzione: la nascita di una speranza, di un germoglio che speriamo possa dare frutti numerosi ed abbondanti quanto prima. Perché ce n’è davvero bisogno.

Michele Carluccio, architetto.

(fonte: canale58.com)

Obiettivo Radio Uno parla di “Generazione Boomerang”

Il tema della comunicazione “mainstream” resta sempre quello sui cervelli in fuga: fa più notizia, aggrega critiche e lamentazioni, mette in luce le tante crepe del Paese. Per fortuna, come una piccola luce nel buio, appare anche “Generazione Boomerang” con due sue storie, ad invertire la tendenza. Finchè il dibattito resterà focalizzato sui numeri non ci sarà partita. L’importante è andare a conoscere i “rientranti” e il valore che possono dare all’Italia.

Ecco il podcast di Obiettivo Radio Uno del 18 dicembre

Yacouba Sawadogo, l’uomo che ha fermato il deserto, vince il Nobel alternativo

Dice di avere 70 anni (dichiarazioni del 2016) ma è un numero calcolato sulla base dei raccolti agricoli. Sono circa 30 anni che lotta contro il deserto. Yacouba non è stato sempre un agricoltore. I genitori lo mandano a studiare lontano da casa, poi la terra lo richiama a gran voce e così torna per ridare agli africani i suoli che il deserto e la siccità strappano via inesorabilmente, gli stessi africani che per paura del cambiamento spesso poi lo ostacoleranno.

Una storia che richiama quella dei protagonisti di Generazione Boomerang e che ha il lieto fine dell’assegnazione del Right Livelihood Award 2018, il Nobel Alternativo, che sostiene le persone coraggiose e le organizzazioni che offrono soluzioni visionarie ed esemplari per risolvere problemi globali.

E’ a uomini come Yacouba Sawadogo, l’uomo che sta dedicando la sua vita a fermare il deserto, piantando alberi là dove prima c’era solo terra arida, che tutti noi dovremmo ispirarci

La sua storia è qui

Su Il Giornale una pagina intera sul libro e i suoi protagonisti

Oggi Il Giornale dedica una pagina al libro Generazione Boomerang.

Grazie al giornalista Antonino Materi per aver letto il volume e aver voluto citare tutti i suoi protagonisti.

La versione online è qui

 

Un Bando di Fondazione con il Sud per favorire il rientro dei ricercatori nel Mezzogiorno

Il Sud continua a perdere risorse umane ad alto valore aggiunto, e allora la Fondazione CON IL SUD torna a lavorare per far tornare giovani ricercatori andati a cercare fortuna altrove, attraverso un Bando che già nelle quattro passate edizioni si è rivelato vincente. “Brain to South“, questo il nome della misura, mette a disposizione quattro milioni di euro ed è rivolto a ricercatori stranieri o italiani, che svolgono la propria attività da almeno 3 anni all’estero o nel Centro – Nord, per sostenere progetti di ricerca applicata selezionando quelli con maggiore potenziale innovativo e trasferimento tecnologico. La Fondazione mette a disposizione complessivamente 4 milioni di euro di risorse private (massimo 400 mila euro per progetto, con una durata compresa tra i 24 e i 36 mesi).

La passata edizione del bando Brains to South della Fondazione CON IL SUD ha permesso a 11 ricercatori (5 uomini e 6 donne, 2 stranieri, età media 38 anni) provenienti da otto università estere e tre italiane del Centro-Nord di lavorare in centri di ricerca a Napoli, Salerno, Foggia, Lecce, Cosenza, Catanzaro, Trapani, Catania.

“L’obiettivo del bando è duplice – sottolinea Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione CON IL SUD – da una parte promuoviamo al Sud la capacità di ‘attrarre’ cervelli e dall’altra sosteniamo la costruzione di carriere indipendenti di giovani ricercatori, stranieri o italiani, che decidono di portare innovazione e competenze nei centri di ricerca meridionali, come ‘responsabili scientifici’ delle loro ricerche. Questo approccio – conclude Borgomeo – permette ai nostri territori di sperimentare processi di innovazione sociale e incide sui processi di sviluppo anche grazie ai risultati della ricerca applicata”.

Le proposte dovranno essere presentate online direttamente dal ricercatore, che assumerà il ruolo di “principal investigator” e avrà l’opportunità di condurre un progetto di ricerca sotto la propria responsabilità, senza il controllo di un supervisore. Il candidato deve indicare anche uno o più enti disposti a ospitarlo (“host institution”) in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna o Sicilia.

Oltre ai costi del ricercatore, il contributo della Fondazione coprirà anche quelli legati alla sua proposta di ricerca (come ad esempio, la strumentazione necessaria, le risorse umane di supporto, i materiali di consumo, etc.). L’ente ospitante, inoltre, godrà dell’opportunità di potenziare e migliorare la qualità della ricerca interna, grazie alle nuove competenze provenienti dalle diverse zone del mondo e all’inserimento in un contesto di relazioni scientifiche e tecnologiche internazionali tra enti di ricerca.

Ulteriori informazioni sul sito della Fondazione

Dottori di ricerca, è fuga. Un terzo dei fisici va a lavorare all’estero

Sono gli studenti più formati. Sono i dottorati. Diecimila l’anno (10.200 nel 2015, ultimo dato conosciuto) prendono quel titolo post-laurea: dottore di ricerca. Milletrecento tra loro, tuttavia, chiudono il lungo viaggio nell’istruzione italiana raggiungendo un’università, un centro studi, un ospedale all’estero. Il Comitato per la valorizzazione del dottorato di ricerca ha recuperato i dati Istat sul tema e ha pubblicato l’ultimo rapporto sulla fuga dei cervelli italiani: questi, tra l’altro, sono i cervelli più allenati allo studio. Bene, il 12,9 per cento dei dottori di ricerca lascia il nostro Paese. Uno su otto. Nelle Scienze fisiche ci abbandona un terzo: il 31,5 per cento. Nelle Scienze matematiche e informatiche un quinto: il 22 per cento. Il costo per la collettività è alto, a partire dalle spese sostenute dallo Stato per preparare i ricercatori.

Per leggere tutto l’articolo di Repubblica clicca qui

Fuga dei giovani dal Sud: per lo Svimez è una vera e propria emergenza

Due milioni di giovani via dal Mezzogiorno negli ultimi 16 anni: gli ultimi dati del rapporto Svimez non lasciano spazio alle interpretazioni, prefigurando i contorni di una vera e propria emergenza se non si correrà presto ai ripari. La Sicilia è la regione che soffre di più e dove i ragazzi fuggono in maggior numero. Il presidente Giannola: “Con la frenata dell’economia seppur limitata, il Sud rischia di esplodere”. Servizi sanitari e pubblici ai minimi. Chi si ammala gravemente rischia di scivolare nella povertà.

L’articolo di Repubblica

I consigli di una manager giramondo che è tornata

“C’è un discorso di generazione molto forte, senior con esperienza e giovani digital, dieci anni fa non era così. Sono le persone che portano al cambiamento e devono aggiornarsi per fare crescere l’impresa. Ai ragazzi tra i 25 e 30 anni che lavorano con lei raccomanda di ‘fare fatica’, li sprona a rintracciare e sfruttare le opportunità lavorative aziendali per realizzarsi”.

La manager giramondo Francesca Cattoglio è tornata in Italia ma mantiene le antenne ben dritte sull’evoluzione spinta del mondo del lavoro, facendo tesoro del suo immenso bagaglio di esperienze maturato in diversi Continenti. Per leggere la sua storia e approfondire la valenza culturale della manager, ecco l’articolo integrale di Repubblica.it