“Gli altri tornano a casa. L’Italia non attira i migliori” Il grido di dolore dello scienziato Iavarone

“…È giusto fare esperienze all’estero, ma quando un ricercatore dimostra il suo talento, lo si deve riportare in patria. Così fanno quasi tutti i Paesi avanzati. L’Italia no. Da noi sono i migliori a incontrare maggiori difficoltà: sanno di essere bravi e si aspettano di più. Per poter rientrare devono invece asservirsi al potente di turno e dichiarare fedeltà a questo o a quell’altro. Ci saranno pure eccezioni, ma una cosa è certa: l’Italia non sa attrarre scienziati. Per poter competere non si devono solo ingaggiare gli italiani “fuggiti”; i migliori cervelli vogliono lavorare con scienziati di uguale valore, in un ambiente internazionale, dove prevale la cultura scientifica e non chi gestisce i soldi…”.

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Anche in Serbia si pongono il problema di come far rientrare i cervelli

Il tema del rientro dei cervelli non è sentito solo in Italia. Serbianmonitor.com riporta un articolo che parte da uno scenario allarmante, tracciato dal Presidente dell’Accademia delle arti e delle scienze serbe (SANU), Vladimir Kostic, che lo scorso anno aveva sottolineato come la Serbia si classificasse al primo posto nel mondo per la fuga di cervelli, secondo la relazione elaborata al World Economic Forum, aggiungendo che tra i dieci e i quindici anni si sarebbe potuto verificare un grave deficit di forza lavoro disponibile con istruzione superiore.

Ecco la sintesi di un talk show in cui si è discusso del tema e delle possibili strategie per riportare i cervelli Serbi in Patria

Enrico Letta: “Riportare a casa i giovani in fuga deve diventare una priorità per la politica”

L’ex presidente del Consiglio Enrico Letta, intervistato da Linkiesta a margine di un evento della sua Scuola di Politiche, dice: “Brexit? Può essere l’occasione per rendere più semplice il nostro Paese. Penso a chi se n’è andato per iniziare un’attività, qualunque essa sia”. E chiede che si inseriscano incentivi per chi vuole rientrare in Italia e nella #generazioneboomerang che può contribuire alla ripresa di questo Paese.

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Per favore, non consigliateci l’esilio

Da una lettera scritta alla rubrica “Noi e voi” dell’Espresso (maggio 2017)

Sono un architetto napoletano di 33 anni e scrivo spinto dall’invito ad emigrare che Piercamillo Davigo ha rivolto, sia pure con affetto e rammarico, agli studenti bolognesi il 27 aprile del 2017.

Io all’estero ci sono stato (a Londra), ho lavorato in un prestigioso studio di architettura – quello di Zaza Hadid – ma a un certo punto non ce l’ho fatta più e sono tornato a Napoli. Non è stato e non è facile, ma in sei anni sono riuscito a prendermi molte soddisfazioni professionali e posso testimoniare che suggerire a dei ragazzi di andarsene senza nemmeno provarci è un’ingiustizia.

Perché essere costretti ad andarsene è una violenza insopportabile. Per favore non consigliateci l’esilio!

Lavorare in un Paese che non è il proprio è uscire dallo studio la sera, distrutto, senza avere vecchi amici da vedere nè luoghi dell’anima in cui tornare; è non avere forza nè voglia di esplorare altri posti; è non riconoscere strade, sapori, il clima del Paese a cui stai consacrando tutti i sacrifici che hai fatto per laurearti, magari per conseguire un Master.

Certo, in Italia è tutto più difficile, lungo e meno remunerativo. La competizione è tremenda, la meritocrazia lascia a desiderare – anche se all’estero ce n’è molto di meno di quanto si immagini. Ma dare un asegnale di speranza, oggi, è più importante che ripetere la storiella che “no, nun ce sta nient’ a fa’”

Mario Coppola

 

Brexit, che opportunità! Ma siamo pronti a coglierla?

La Brexit può rivelarsi un’opportunità per tutti i talenti italiani che dal Regno Unito, complice la scelta isolazionista realizzata attraverso il referendum, avrebbero voglia di tornare in patria. Lo rivela Repubblica, in un articolo dal titolo “Dopo Brexit preferiamo tornare: la contro-fuga dei cervelli italiani“, che rivela come l’82% dei 5.755 nostri connazionali nel mondo accademico britannico voglia cambiare Paese, e come uno su tre pensi di rientrare a casa. Non sono numeri casuali, ma risultati di un sondaggio dell’ambasciata d’Italia a Londra. I professori, in particolare, si sentono “scoraggiati”. Sulla scelta pesano l’esclusione dai progetti Ue e il previsto calo dei fondi europei. E noi, siamo pronti ad accoglierli, facilitando il loro rientro?