Lascio la mia terra, mi sento codarda

Grazie a Giulia De Marco, che scrive dalla Calabria

“‘Calabria, odi et amo’. Mi chiamo Giulia, ho 20 anni, studio Medicina a Siena e sono una studentessa fuori sede. Il mio paese dista più di 800 chilometri da Siena e nonostante la Toscana sia meravigliosa sento che questa non è la Mia terra”.

“Quando ti dicono di prendere una valigia, metterci dentro tutto ciò che hai e di partire, di andare via per un futuro migliore, per fuggire da un posto in cui tutto è così sbagliato e ingiusto; tu prendi una valigia e ci metti dentro tutto, ti fai coraggio e parti senza pensarci troppo. Ma in realtà in quella valigia tu ci metti anche tante paure, tanti dubbi, e porti con te qualcosa che possa anche lontanamente ricordare il mare e tutti i profumi della tua terra sapendo bene che non funzionerà mai!”.

“Così l’iniziale entusiasmo della partenza dopo qualche mese lascia il posto alla malinconia. E ogni volta che torni al tuo paese te ne innamori sempre di più e i tramonti, i paesaggi, i panorami visti e rivisti per una vita, sembrano sempre diversi, sempre più belli; perché cambi, cresci e apprezzi ciò che prima ti stava stretto ma che adesso ti sembra il posto più bello del mondo: in lontananza il fumo dello Stromboli, appare la Sicilia, vedi Messina e l’Etna”.

“Se sei nato in Calabria sai che dovrai difenderla sempre. Sento, infatti, la responsabilità di difendere una terra che per troppo tempo ha subito, di una terra che cerca il suo riscatto, che è sempre un passo indietro”.

“Privi di treni ad alta velocità, di aeroporti efficienti siamo costretti ad affrontare interminabili viaggi in autobus (dalle otto alle sedici ore). Essere una studentessa fuori sede mi permette di conoscere persone provenienti da ogni parte di Italia e spesso chiedo cosa pensano della Calabria, ma quasi sempre me ne pento”.

“Alcuni pensieri mi feriscono profondamente, altri mi sorprendono e mi chiedo se sono i film a distorcere la realtà o siamo noi a farci cattiva pubblicità; ma le parole non dette e gli sguardi a volte fanno più male delle solite battute che siamo ormai abituati a sentire, in cui la Calabria è esclusivamente associata alla criminalità (di cui non nego affatto l’esistenza). Però a volte vorrei che gli altri conoscessero la Calabria per come noi la conosciamo e per come noi la viviamo, con la semplicità delle piccole cose, che conoscessero la volontà di tantissimi uomini e donne che hanno il coraggio di opporsi, decidono di ribellarsi e di metterci la faccia”.

“Tuttavia mentre scrivo questa lettera sento di dover ammettere per la prima volta apertamente quanto io mi senta codarda nell’aver lasciato la mia terra senza neanche averle dato una possibilità, di come io mi senta impotente nel non riuscire a far capire agli altri quanto sia diversa la Calabria rispetto ai soliti stereotipi. Noi amiamo una terra che ha sofferto molto e nonostante i suoi difetti e le sue imperfezioni vi è un legame viscerale con essa che ci intrappola per sempre. Concludo con una frase di un mio concittadino, costretto anche lui a emigrare per cercar fortuna e che esprime perfettamente il senso di appartenenza alla mia terra: ‘Più che alla realtà la Calabria appartiene per me alla geografia dell’Anima’ (Leonida Rèpaci). Ancora una volta dovrò lasciare questa terra con l’amaro in bocca e tanta, troppa tristezza”.

(Fonte testo e foto: Repubblica.it – Rubrica “Invece Concita”

“Gli altri tornano a casa. L’Italia non attira i migliori” Il grido di dolore dello scienziato Iavarone

“…È giusto fare esperienze all’estero, ma quando un ricercatore dimostra il suo talento, lo si deve riportare in patria. Così fanno quasi tutti i Paesi avanzati. L’Italia no. Da noi sono i migliori a incontrare maggiori difficoltà: sanno di essere bravi e si aspettano di più. Per poter rientrare devono invece asservirsi al potente di turno e dichiarare fedeltà a questo o a quell’altro. Ci saranno pure eccezioni, ma una cosa è certa: l’Italia non sa attrarre scienziati. Per poter competere non si devono solo ingaggiare gli italiani “fuggiti”; i migliori cervelli vogliono lavorare con scienziati di uguale valore, in un ambiente internazionale, dove prevale la cultura scientifica e non chi gestisce i soldi…”.

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Anche in Serbia si pongono il problema di come far rientrare i cervelli

Il tema del rientro dei cervelli non è sentito solo in Italia. Serbianmonitor.com riporta un articolo che parte da uno scenario allarmante, tracciato dal Presidente dell’Accademia delle arti e delle scienze serbe (SANU), Vladimir Kostic, che lo scorso anno aveva sottolineato come la Serbia si classificasse al primo posto nel mondo per la fuga di cervelli, secondo la relazione elaborata al World Economic Forum, aggiungendo che tra i dieci e i quindici anni si sarebbe potuto verificare un grave deficit di forza lavoro disponibile con istruzione superiore.

Ecco la sintesi di un talk show in cui si è discusso del tema e delle possibili strategie per riportare i cervelli Serbi in Patria

INN Veneto: 3,5 milioni di euro per 55 borse di rientro. Intervista all’assessore Donazzan

‘Con il provvedimento di approvazione dell’iniziativa ‘INN Veneto – Cervelli che rientrano per il Veneto del futuro – Progetti di innovazione sociale’ abbiamo stanziato 3,5 milioni di euro per 14 progetti, dai quali deriveranno 55 borse di rientro ‘, fa presente l’Assessore Regionale all’Istruzione, alla Formazione e al Lavoro Elena Donazzan. ‘Lo scopo e quello di attirare sul territorio regionale eccellenze provenienti da diversi ambiti e favorire la mobilita, lo scambio e la permanenza di alte professionalita che intendono rientrare nelle nostre imprese e nelle nostre università dopo un periodo di permanenza all’estero ‘, spiega.

L’intero articolo è qui

Abbiamo approfittato per fare qualche domanda all’assessore

D. Quanto si parte dal Veneto per cercare fortuna, lavoro ed esperienze professionali all’estero? Quali le aree più critiche della regione?

R: Da qualche anno il tema della cosiddetta “fuga dei cervelli” (brain drain) occupa prepotentemente la scena del dibattito pubblico: si tratta di un fenomeno le cui implicazioni sono acuite dagli effetti della crisi socio-economica che ha destabilizzato gli scenari dei mercati internazionali, nazionali ed anche regionali e che ancora permangono, in parte, rendendo difficoltoso l’inserimento occupazionale, in particolare dei giovani. Secondo i dati riportati nel rapporto “Italiani nel mondo” ad opera della Fondazione Migrantes (2018), dal 2006 al 2018 la mobilità italiana è aumentata del 64,7% passando, in valore assoluto, da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) a più di 5,1 milioni. A gennaio 2018 gli italiani iscritti all’AIRE sono 5.114.469, l’8,5% dei quasi 60,5 milioni di residenti totali in Italia alla stessa data. A livello continentale l’Europa accoglie il numero più alto di cittadini italiani (54,1%) e in particolare l’UE15 (40,3%), mentre in America si registra una presenza del 40,3% con una maggiore concentrazione nel Centro-Sud (32,4%). Le partenze oltre confine danno ai territori una dinamicità molto variegata che contraddistingue soprattutto il Nord Itali e, più precisamente, la Lombardia (+23.519), il Veneto, (+14.415) e il Piemonte (+11.227) preceduto, però, dalla Sicilia (+11.912). Per quanto riguarda la composizione per genere sono percentualmente superiori gli iscritti maschi (51,9%) e il 55,3% è celibe/nubile. Per quanto riguarda la composizione per classi di età emerge che le percentuali maggiori sono rappresentate proprio dalle classi di età centrali: fascia 18-34 anni rappresenta il 22,2% degli iscritti, 35-49 anni il 23,4%, ed il 19,1% si colloca nella fascia 50-64 anni. Sempre secondo tale rapporto nel corso del 2017 il Veneto si è classificato al terzo posto come regione di partenza (11.132) preceduto solo dalla Lombardia (21.980) e dall’Emilia Romagna (12.912).

Anche il Veneto, quindi, non si sottrae a questa tendenza, anche se è difficile scendere ulteriormente nel dettaglio e dire quali aree della regione siano più investite da questa tendenza, se non evidenziando che alcune aree della regione sono più investite di altre da problemi di inserimento occupazionale a seguito del fisiologico ritardo (Belluno e Rovigo) o delle ripercussioni sul tessuto economico a seguito della crisi (Venezia e Vicenza).

Ma al di là di questi dati vorrei evidenziare anche un dato che non viene molto pubblicizzato: è notizia relativamente recente che, come emerge dal rapporto del Joint Research Center (Jrc) della Commissione Europea, che prende in esame gli spostamenti di oltre 6 mila studiosi europei, per l’Italia il saldo tra gli ingressi di capitale umano ad alto valore aggiunto e le uscite risulta sorprendentemente in positivo, in linea con molti altri paesi europei.

Il rapporto evidenzia per la Ue a 28 un tasso di spostamento dei ricercatori del 38,7% e per l’Italia, che si pone circa a metà della classifica, del 45%. E la stessa posizione rimane se si passa ad analizzare il dettaglio dei flussi in entrata e in uscita: il 24,4% del campione di ricercatori italiani preso in considerazione ha scelto di rientrare, a fronte del 20,5% di partenti. Questi valori pongono l’Italia nel primo caso sotto alla media europea (che è del 26%) e, nel secondo caso, sopra la media del 12,6% complessivo. Se il campione viene raggruppato per Paese di conseguimento del dottorato anziché per nazionalità, i ritorni in Italia sono stati il 23,6% contro il 13,6% di partenze, laddove la media europea è rispettivamente del 16,8% e del 17,2%.

Questo dato ha fornito un’ulteriore spinta motivazionale per la Regione del Veneto, da sempre impegnata a rafforzare le opportunità formative e di crescita del proprio capitale umano, nel finanziare e sostenere politiche che contribuissero ad un cambio di paradigma: dal concetto dibrain drain (fuga di cervelli) a quello di brain exchange e di brain circulation.

L’obiettivo, quindi, è quello di incrementare l’attrattività dell’intero territorio regionale, favorendo percorsi di crescita, sviluppo sostenibile ed innovazione sociale attraverso politiche e meccanismi di “attrazione dei cervelli”, che possono dare vita a percorsi di “ritorno”, ma soprattutto alla creazione di poli territoriali di ricerca e innovazione in grado di contribuire allo sviluppo dell’intero sistema socio-economico veneto, attraverso processi di migrazione temporanea e circolare (in e out) di risorse qualificate.

D. INN-Veneto punta molto sulla contaminazione positiva che i talenti veneti che risiedono fuori confine possono portare. Che valore aggiunto e che spinta possono dare questi “rientranti” (anche temporanei)?

Si parla spesso di buone pratiche da esportare o da trasferire dall’estero, ma spesso non si tiene conto della realtà socio-economica di riferimento, che nel caso del Veneto, ad esempio, è fatta di piccole realtà aziendali in profonda trasformazione anche per il passaggio generazionale che le sta contraddistinguendo. Poter contare su un capitale umano che rientra o che si è formato per un periodo all’estero permette di avere una finestra aperta sul mondo, contribuendo non solo allo scambio e all’innovazione del saper fare, ma anche ad un cambio del saper essere. Nel corso degli eventi di lancio dell’iniziativa che si sono svolti nel mese di dicembre mi hanno molto colpito le esperienze di molti nostri cervelli che sono in questo momento all’estero perché il nostro mercato del lavoro non ha offerto loro adeguate possibilità, ma che mostravano unanime interesse a questa esperienza per trasferire in Veneto quanto loro hanno visto, appreso e vissuto così da favorire la contaminazione dei saperi e la creazione di nuove opportunità di lavoro anche dove al momento non sembra possibile.

D: Digitale, innovazione sociale e creatività possono dare una spinta in più alla sua regione? In che modo?

R: Certamente si, ma ancora di più la spinta può venire dall’interazione tra le tre cose, creando contesti in cui la contaminazione dei saperi avvenga in un modo naturale, quasi per osmosi, all’interno di spazi ibridi che mettano insieme cultura, lavoro, inclusione sociale.

Uno dei progetti intende trasferire sul territorio veneto l’esperienza della scuola di coding belga MolenGeek, che si prefigge l’obiettivo di incubare start-ups in grado di offrire servizi digitali alle imprese ed alle persone partendo dalla formazione delle persone in ambito digitale per consentirne la crescita delle competenze e delle capacità connesse al loro uso. Tali capacità possono essere investite al servizio delle imprese, la cui ricerca di profili formati digitalmente è costante, o, nella creazione di start-ups e quindi in iniziative di autoimprenditorialità. In territorio veneto si sta lavorando affinché il trasferimento di questa esperienza possa offrire molteplici ricadute positive: rientro di competenze di alto livello e specifiche nel territorio veneto che possano disseminare esperienze e knowhow, accrescimento della diffusione delle tecnologie informatiche, formazione di persone negli ambiti attualmente tra i più richiesti dalle aziende, circolazione di persone, idee, stimoli, suggestioni di applicazioni in campo digitale (brain exchange – brain circulation).

Un altro progetto sta intervenendo attivamente a livello locale, con attività di recupero dei luoghi attraverso una rigenerazione e restituzione al territorio sotto forma di laboratori dell’innovazione e della creatività agendo su 4 ex spazi di lavoro con forte memoria storica per il territorio; con la consapevolezza che la creatività può trasformare gli ambienti di vita e il paesaggio, generando città e luoghi più inclusivi e accoglienti.

Un’ulteriore proposta, che si colloca proprio in un’area della prima industrializzazione veneta legata al settore tessile, intende lavorare sul tema dell’innovazione sociale in chiave di rigenerazione territoriale, puntando sul meccanismo delle residenze d’artista per sviluppare una riflessione sulle strategie di riuso creativo di spazi industriali come opportunità di crescita socio-culturale ed economica del territorio.

Questi sono solo alcuni esempi concreti di come digitale, innovazione sociale e creatività possano interagire creando punti di aggregazione ed innovazione sui territori. Siamo consapevoli che questo progetto non potrà fermare la “fuga dei cervelli” (tema che ha una molteplicità di cause), ma siamo certi che i 14 progetti finanziati e le 55 borse di rientro potranno contribuire ad aprire una finestra sul mondo trasferendo esperienze e creando opportunità di scambio e conoscenza, che ci auguriamo diano vita ad occasioni di lavoro che proseguiranno oltre il progetto stesso.

D: Cosa spera si possa generare con (e dopo) questo progetto?

L’obiettivo ultimo è sempre quello di creare nuove e migliori possibilità di occupazione, che contribuiscano non solo a far crescere la regione dal punto di vista economico e sociale, ma anche possano creare dei poli di attrazione permanente e comunità di pratica che permangano oltre il progetto.

Enrico Letta: “Riportare a casa i giovani in fuga deve diventare una priorità per la politica”

L’ex presidente del Consiglio Enrico Letta, intervistato da Linkiesta a margine di un evento della sua Scuola di Politiche, dice: “Brexit? Può essere l’occasione per rendere più semplice il nostro Paese. Penso a chi se n’è andato per iniziare un’attività, qualunque essa sia”. E chiede che si inseriscano incentivi per chi vuole rientrare in Italia e nella #generazioneboomerang che può contribuire alla ripresa di questo Paese.

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Per favore, non consigliateci l’esilio

Da una lettera scritta alla rubrica “Noi e voi” dell’Espresso (maggio 2017)

Sono un architetto napoletano di 33 anni e scrivo spinto dall’invito ad emigrare che Piercamillo Davigo ha rivolto, sia pure con affetto e rammarico, agli studenti bolognesi il 27 aprile del 2017.

Io all’estero ci sono stato (a Londra), ho lavorato in un prestigioso studio di architettura – quello di Zaza Hadid – ma a un certo punto non ce l’ho fatta più e sono tornato a Napoli. Non è stato e non è facile, ma in sei anni sono riuscito a prendermi molte soddisfazioni professionali e posso testimoniare che suggerire a dei ragazzi di andarsene senza nemmeno provarci è un’ingiustizia.

Perché essere costretti ad andarsene è una violenza insopportabile. Per favore non consigliateci l’esilio!

Lavorare in un Paese che non è il proprio è uscire dallo studio la sera, distrutto, senza avere vecchi amici da vedere nè luoghi dell’anima in cui tornare; è non avere forza nè voglia di esplorare altri posti; è non riconoscere strade, sapori, il clima del Paese a cui stai consacrando tutti i sacrifici che hai fatto per laurearti, magari per conseguire un Master.

Certo, in Italia è tutto più difficile, lungo e meno remunerativo. La competizione è tremenda, la meritocrazia lascia a desiderare – anche se all’estero ce n’è molto di meno di quanto si immagini. Ma dare un asegnale di speranza, oggi, è più importante che ripetere la storiella che “no, nun ce sta nient’ a fa’”

Mario Coppola

 

Brexit, che opportunità! Ma siamo pronti a coglierla?

La Brexit può rivelarsi un’opportunità per tutti i talenti italiani che dal Regno Unito, complice la scelta isolazionista realizzata attraverso il referendum, avrebbero voglia di tornare in patria. Lo rivela Repubblica, in un articolo dal titolo “Dopo Brexit preferiamo tornare: la contro-fuga dei cervelli italiani“, che rivela come l’82% dei 5.755 nostri connazionali nel mondo accademico britannico voglia cambiare Paese, e come uno su tre pensi di rientrare a casa. Non sono numeri casuali, ma risultati di un sondaggio dell’ambasciata d’Italia a Londra. I professori, in particolare, si sentono “scoraggiati”. Sulla scelta pesano l’esclusione dai progetti Ue e il previsto calo dei fondi europei. E noi, siamo pronti ad accoglierli, facilitando il loro rientro?