Sean Ryan Fanello: la rivincita dei secondi. Un informatico calabrese alla corte di Google

Poteva chiamarsi semplicemente Antonio: come tanti, al Sud. Come suo nonno. Come tutti i suoi cugini, discendenti di una famiglia numerosa, tipica del Mezzogiorno di una volta. E invece il padre, prima di recarsi all’anagrafe, realizzò un pensiero che scavalcò il confine del rigido rispetto delle tradizioni. E se gli dessimo un nome straniero?, pensò prima fra sé e sé e poi consultandosi con la moglie. Il viso della donna si illuminò di un vasto sorriso. Lei, che a New York aveva vissuto per qualche anno, frequentando le scuole medie, continuava a custodire dentro di sé un po’ di quell’America ormai così lontana. E allora vada per Sean, Sean Ryan. A Pizzo Calabro forse sarebbe suonato un po’ strano, all’inizio; ma al di là di possibili interpretazioni lessicali condite dalla cadenza locale (“Scionni”) tutti si sarebbero abituati, prima o poi. E chissà se sono stati proprio quei due giovani genitori, con quella decisione un po’ bizzarra, ad iniettare in Sean Ryan Fanello quella spinta differenziante e quella polvere di stelle e strisce che molti anni dopo avrebbe portato il ragazzo di Pizzo Calabro a lavorare da ricercatore proprio in Usa: in Google, a San Francisco, dopo essere transitato per Microsoft.

Se vi aspettate di conoscere un “nerd” della prima ora, tutto casa, tecnologia e numeri, beh, resterete un po’ delusi. Già. Perché Sean, dopo le medie, con gli amici si diverte a giocare al computer ma per studiare sceglie un Liceo Classico, il “Morelli” di Vibo Valentia, non proprio una scuola tecnica. Ancora oggi, lì, tutti lo ricordano come un allievo modello, pieno di curiosità e di applicazione. Non appena è possibile, si organizzano delle Skype call per metterlo in connessione dagli Usa e farlo interagire con i giovani allievi adolescenti che sognano un giorno di andare a lavorare nei colossi dell’hi tech, replicando la sua carriera.

In molti mi chiedono del perché della strana scelta del liceo classico, e a me piace rispondere che quella scuola ti fa andare oltre. Tradurre una versione dal latino o dal greco significa provare ad entrare nella testa dell’autore, interpretare. Mentre per i meccanismi legati alla matematica o alla fisica, paradossalmente, è tutto più semplice; se conosci la formula e la applichi, il gioco è fatto. E poi il sistema educativo italiano è uno dei migliori al mondo, ti dà un approccio teorico che ti fa ragionare in modo davvero ampio. Certo, poi magari pecca nell’aspetto più pratico, quello che è caro al mondo anglosassone, ma la base che ti offre è di estrema apertura al nuovo.

Con in testa Platone e Aristotele (punti di riferimento ispiranti, sempre alla ricerca di una spiegazione scientifica alle cose, anche alle più complesse) Sean dopo il liceo decide di virare decisamente su quello che spera sarà il suo futuro, assecondando la sua passione di sempre. Il percorso ad Ingegneria Informatica alla Sapienza, a Roma, è brillante, e per la tesi specialistica Sean chiede di andare all’Imperial College di Londra, per realizzare un’esperienza all’estero e imparare meglio l’inglese.

In Uk Sean lavora su un robot umanoide e comprende che per sognare in grande occorre specializzarsi. Sì, il passo successivo doveva essere un dottorato. E così le porte dell’Iit, l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, una vera eccellenza internazionale, gli si spalancano e gli offrono la possibilità di immergersi nel fantastico mondo della Robotica. Anche perché il robot su cui Sean aveva lavorato a Londra era proprio made in Iit.

Dal dottorato agli Usa il passo però non è né breve né lineare. I tantissimi curriculum inviati senza neanche una risposta sono porte in faccia che di solito frenano tanti giovani, dotati sì di talento ma non di resilienza, quella dote che ti consente di far fronte ai piccoli e grandi traumi che inevitabilmente la vita ti presenta. Mentre altri si fermano, frustrati, ad aspettare, Sean rilancia sulla strada del fare, osare, proporsi, trovare occasioni in cui mettersi in mostra.

Quella giusta arriva ad una conferenza a Boston, in cui il ricercatore partecipa ad una competizione sul riconoscimento dei gesti attraverso la Kinect (la consolle di Microsoft). La sua performance è eccellente, ma non basta: arriva secondo, ad un passo da quella grandissima opportunità. Un segno del destino? Sì, ma non proprio in senso negativo. Perché l’anno successivo Sean, che l’idea di lavorare per i colossi dell’hitech ce l’ha fissa in testa, ci riprova, candidandosi per uno stage in Microsoft. Con sua enorme sorpresa, tra gli esaminatori delle centinaia di domande che arrivano sui monitor di Microsoft, c’è proprio il vincitore della competizione di Boston. Il ragazzo che un anno prima gli aveva soffiato un sogno, oggi gli stava spalancando un’opportunità enorme. Del resto, avendo visto all’opera Sean, a Boston, aveva subito colto le grandi capacità del ragazzo calabrese, e aveva deciso che per Microsoft potesse essere una risorsa da non farsi sfuggire. Segno del destino? Casualità? Sincronicità? Ognuno può definirla in un modo. Ma non parlate, semplicisticamente, di fortuna.

La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione,

disse Seneca, rimarcando che stare nel posto giusto al momento giusto ha in sé un incrocio che va al di là del semplice aspetto legato al fato.

Attraverso quell’occasione, Sean Ryan lavora prima da stagista e poi con un contratto di un anno a Cambridge, prima che con il suo team facciano il grande salto verso l’America. Con il senno di poi e ripercorrendo a ritroso la mia avventura, ho capito molte cose: prima di tutto che non bisogna mai disperare, e che per inseguire i propri sogni occorre mettersi continuamente in gioco. Poi, che in quegli ambienti così esclusivi dal punto di vista delle professionalità spesso entri per referenza: se conosci qualcuno che ti accredita, che ci mette la faccia per te, i manager delle multinazionali dell’hitech si fidano dei loro uomini e ti accolgono con grande piacere, investendo su di te.

Vincere arrivando secondo, dunque: un ossimoro, all’apparenza, ma che dimostra anche quanto le relazioni di qualità siano efficaci. Sì, sia durante l’Università che nelle tante occasioni in cui mi sono trovato ad operare, ho sempre avuto la curiosità di conoscere persone interessanti, di interagire con loro. Avere un networking di qualità a partire proprio da eventi, hackathon, incontri in cui tanta gente condivide i tuoi stessi interessi e si parla una sola lingua, anche se si proviene da posti del mondo distanti decine di migliaia di chilometri, è essenziale.

E l’approccio relazionale Sean lo mantiene anche oggi, anche se dall’esterno il suo potrebbe sembrare un lavoro al chiuso, con gli occhi incollati al monitor e le dita a ruminare stringhe di codice. Una parte consistente del mio lavoro è quella di far sentire bene le persone, di migliorare la qualità della loro vita. Ed è per questo che non si può stare rinchiusi a casa o in ufficio, ma occorre continuamente socializzare, chiedere feedback, entrare in empatia con le persone. Per lui, italiano e meridionale, è relativamente facile, non occorre costruire strategie. L’ospitalità in Calabria è sacra, così come diventa immediato il rapporto con le persone. Mi ritrovo molto con lo stile di vita dei messicani e degli indiani: siamo molto simili nelle relazioni umane e nei rapporti, che diventano subito amichevoli. Ciò che non succede con gli americani, invece, che risentono di un’educazione differente. Sei superconfident, estremamente sicuro di te, senza paura, capace di pensare di poter cambiare il mondo. Ma, in questa bolla di leadership sei da solo e ti poni anche in maniera inconsapevole un gradino sopra gli altri, che devono rimanere a distanza.

Un atteggiamento che contrasta con i dettami dell’educazione italiana, e meridionale in particolare: Qui da noi accade probabilmente tutto il contrario: ti insegnano ad essere umile, rispettoso, accogliente, e così diventi molto bravo nelle relazioni, ma magari ti porti dietro una sorta di piccolo complesso di inferiorità, un senso di poca sicurezza che poi deve essere colmato negli anni.

Sean avverte questa distonia frequentando il mondo della ricerca, altamente competitivo: in questo ambito il 10% è risolvere i problemi mentre a fare la differenza, per il 90%, è il modo in cui presenti i tuoi lavori. Si comprende bene il vantaggio competitivo che può avere un ricercatore statunitense o anglosassone che ha l’imprinting del leader, rispetto a noi. Da questo punto di vista dobbiamo ancora crescere, mentre prendiamo le nostre rivincite quando si va fuori dagli schemi, dai binari precostituiti. Lì tutta l’arte creativa degli italiani diventa una formidabile leva competitiva.

Oggi Sean guarda l’Italia dagli Usa, dalla Silicon Valley, e per il momento non pensa di tornare, anche se non chiude le porte ad una sua traiettoria da boomerang. Credo che in Italia abbiamo tante possibilità ma siamo un po’ miopi, per non dire ciechi. Se il lavoro non è pronto, qualcosa me la posso sempre inventare. Se invece pensi che non ci sia lavoro e te ne stai lì, sdraiato sul divano, la situazione non potrà certo cambiare, mentre fuori c’è un universo di valori che il mondo ci invidia. Gli Americani, ad sempio, continuano ad impazzire per l’Italia: la sognano come meta ideale per la pensione, ci invidiano la qualità della vita e la grande cultura, e anche l’umanità.

Quella che la società Usa ha forse un po’ messo da parte, se si considera che San Francisco è diventata anche la patria degli homeless: Beh, quello è uno shock culturale da cui è difficile riprendersi. Qui in Italia i senzatetto ci sono ma sono pochi. Lì ce ne sono a migliaia, e sono gli stessi americani che magari fino a qualche anno fa stavano bene e che poi non sono riusciti a mantenere un tenore di vita competitivo. E’ così: da un lato gli ambienti a tanti zeri delle multinazionali della tecnologia, e dall’altro quelli dei sacchi a pelo delle notti californiane, tra un mare di nulla e una società che non si cura di te. E’ una bolla che prima o poi esploderà: non ci sono ragioni per tollerare fitti enormi, spese molto alte e un’inclusività per pochi eletti: prima o poi a San Francisco rimarrà solo gente che lavora nell’hi-tech, causando un oggettivo ”impoverimento culturale”.

Se c’è una frontiera da poter percorrere, per chi ama la tecnologia, è quella dell’intelligenza artificiale (Ai), che con l’Advanced Analytics occupa il secondo posto nella classifica, elaborata da McKinsey Global Institute, delle 12 tecnologie più rivoluzionarie e con il maggiore impatto economico stimato a livello globale: tra i 5.200 e i 6.700 miliardi di dollari l’anno entro il 2025, pari almeno a circa il 20% del contributo complessivo generato da tutte le innovazioni analizzate. Una vera rivoluzione. A me piace definirla di più come machine learning. In questo ambito ci sarà lavoro per i prossimi 50 anni, ne sono certo. Perché tutti i grandi Stati stanno investendo somme molto ingenti, per rispondere a sfide già attuali e che non possono essere combattute con gli standard abituali, anche se i valori di fondo come etica e responsabilità restano profondamente umani. Del resto, ad insegnare qualcosa alle macchine siamo sempre noi.

Medicina, cura degli anziani, manifattura, energie: l’intelligenza artificiale è già ovunque e basta tenersi aggiornati rispetto al tema per comprendere quanto futuro ci sia in questa direzione.

La scuola dovrebbe allinearsi di più in questo senso, inserendo materie come l’educazione tecnologica, utili a sintonizzare i ragazzi su queste sfide, a farli incuriosire, appassionare. Parte tutto da lì, da quegli anni dell’adolescenza in cui gli americani sentono che hanno il vento a favore e che possono cambiare il mondo, mentre gli italiani sono vittime di messaggi tesi a scoraggiare, a mortificare. Così si parte già sconfitti. Dobbiamo fare in modo che i nostri ragazzi possano avere l’ambizione di essere protagonisti delle nuove rivoluzioni tecnologiche, non solo spettatori o utilizzatori. Lì dentro ci sono spazi per tutti, ma l’asticella è altissima. Chiunque voglia provare a mettersi in gioco deve sapere che occorreranno studi continui, sacrifici e sforzi per essere competitivi in una dimensione globale.

Sean lo dice agli allievi del Morelli ogni qualvolta ne ha l’occasione, ma il messaggio è indirizzabile a tutti i giovani italiani. E, protagonisti, lo si può essere anche arrivando secondi, come la sua storia dimostra…

(intervista di Vito Verrastro, autore di Generazione Boomerang)