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Per favore, non consigliateci l’esilio

Da una lettera scritta alla rubrica “Noi e voi” dell’Espresso (maggio 2017)

Sono un architetto napoletano di 33 anni e scrivo spinto dall’invito ad emigrare che Piercamillo Davigo ha rivolto, sia pure con affetto e rammarico, agli studenti bolognesi il 27 aprile del 2017.

Io all’estero ci sono stato (a Londra), ho lavorato in un prestigioso studio di architettura – quello di Zaza Hadid – ma a un certo punto non ce l’ho fatta più e sono tornato a Napoli. Non è stato e non è facile, ma in sei anni sono riuscito a prendermi molte soddisfazioni professionali e posso testimoniare che suggerire a dei ragazzi di andarsene senza nemmeno provarci è un’ingiustizia.

Perché essere costretti ad andarsene è una violenza insopportabile. Per favore non consigliateci l’esilio!

Lavorare in un Paese che non è il proprio è uscire dallo studio la sera, distrutto, senza avere vecchi amici da vedere nè luoghi dell’anima in cui tornare; è non avere forza nè voglia di esplorare altri posti; è non riconoscere strade, sapori, il clima del Paese a cui stai consacrando tutti i sacrifici che hai fatto per laurearti, magari per conseguire un Master.

Certo, in Italia è tutto più difficile, lungo e meno remunerativo. La competizione è tremenda, la meritocrazia lascia a desiderare – anche se all’estero ce n’è molto di meno di quanto si immagini. Ma dare un asegnale di speranza, oggi, è più importante che ripetere la storiella che “no, nun ce sta nient’ a fa’”

Mario Coppola